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Fate questo giochino: con la vs mente cercate di
far ruotare all'incontrario da come lo vedete
girare, la donnina qui sotto:
Test:
Il cervello di destra contro
quello di sinistra ... vedete la ballerina
girare in senso orario o in senso antiorario ?
Se in senso orario, allora usate più la parte di
destra del cervello e viceversa. La maggior
parte di noi vedrà la ballerina girare in senso
antiorario benche' potreste provare a mettere a
fuoco e cambiare il senso; vedete se potete
farlo.
FUNZIONI DEL CERVELLO SINISTRO
uso della logica
cogliere il particolare
organizzare i fatti
parole e linguaggio
presente e passato
matematica e scienze
potere di comprensione
sapere
riconoscere
percezione ordine/modello
conoscenza dei nomi degli oggetti
basi della realtà
forme e strategie
pratica
sicuro |
FUNZIONI DEL CERVELLO DESTRO
uso del "sentire"
visione d'insieme
immaginazione
simboli e immagini
presente e futuro
filosofia e religione
cogliere il significato delle cose
le credenze
apprezzare
percezione spaziale
conoscenza delle funzioni degli
oggetti
fantasia
possibilità del presente
impetuosità
rischiare
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La
mente e la sua duplice funzione
La prima parte di questa “verità” è il
riconoscimento che il "normale" stato della
mente della maggior parte degli esseri umani,
contiene un fortissimo elemento di quello che
potremmo chiamare disfunzionalità o, perfino,
pazzia. Certi insegnamenti al cuore dell'Induismo
sono forse quelli che meglio vedono questa
disfunzione come una forma di malattia mentale
collettiva.
Viene chiamata "maya", il velo
dell'illusione. Ramana Maharshi, uno dei più
grandi saggi indiani, afferma chiaramente: "La
mente è maya".
Nel
Buddismo si usano termini diversi. Per il
Buddha, la mente umana nel suo stato normale
genera "dukkha", che può essere tradotto
come sofferenza, insoddisfazione o semplicemente
miseria. Egli vede tutto ciò come una
caratteristica della condizione umana. Dovunque
voi andiate, qualsiasi cosa facciate, dice il
Buddha, incontrerete dukkha, e questo si
manifesterà prima o poi in qualsiasi situazione.
In accordo anche con gli insegnamenti cristiani,
il normale stato collettivo dell'umanità è
quello del "peccato originale".
"Peccato" è una parola che è stata grandemente
fraintesa e mal interpretata. Tradotta
letteralmente dal greco antico in cui fu scritto
il Nuovo Testamento, “peccare” significa
"mancare l'obiettivo come un arciere che manca
il bersaglio" e così, peccare significa
mancare il punto dell'esistenza umana.
Significa vivere senza qualità, ciecamente e
così soffrire e causare sofferenza. Di nuovo il
termine, spogliato del suo bagaglio culturale e
dei fraintendimenti, punta alla disfunzione
inerente alla condizione umana.
La seconda parte di
questa verita': e' che comunque le realizzazioni
dell'umanità sono senza dubbio notevoli e
innegabili. Abbiamo creato opere sublimi di
musica, lette ratura, pittura, architettura e
scultura. In tempi più recenti, la scienza e la
tecnologia hanno apportato cambiamenti radicali
nel nostro modo di vivere, rendendoci capaci di
fare e di creare cose che, anche solo duecento
anni fa, sarebbero state considerate miracolose.
Non vi è dubbio: la mente umana è veramente
intelligente. (By De Tolle)...ma
aggiungiamo noi...anche un po' folle...perche'
alimenta sempre e gestisce il
Corpo di
Dolore
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Vedere con l'intuito
Mente&Cervello,
Luglio 2008, n. 43
Alcune persone affette da «visione cieca»
intuiscono oggetti che non possono vedere. E, a
volte, questo intuito visivo funziona
addirittura meglio della visione normale.
Quando aveva 33
anni, D.B. fu sottoposto a un intervento per
rimuovere un groviglio patologico di vasi
sanguigni nella parte posteriore del cervello.
Purtroppo, rimuovendolo, i neurochirurghi
distrussero un centro importante della visione -
la corteccia visiva primaria, o area V1 - che
invia le informazioni dagli occhi alle aree
visive superiori del cervello.
Oggi ha 67 anni, e da allora la sua visione del
mondo è cieca dal centro dello sguardo a tutta
la parte sinistra. D.B. ha perso solo la metà
destra di V1, e poiché l'emisfero destro del
cervello elabora l'informazione del campo visivo
sinistro (e viceversa), i medici non si
stupirono che fosse diventato cieco nella
porzione destra della sua visuale.
Ma fu sbalorditivo che il paziente, pur negando
di vedere tutto ciò che stava a sinistra
rispetto al centro, «indovinasse» molte
caratteristiche degli oggetti presentati in quel
campo, un campo percettivamente buio. La
capacità di D.B. di «intuire» i caratteri di
oggetti che non vede è nota con il nome di
visione cieca, o blindsight, uno strano fenomeno
che potrebbe derivare da un flusso
d'informazione attraverso vie neurali che
aggirano l'area V1, la quale però continua a
inviare una modesta quantità di informazioni
alle regioni visive superiori del cervello.
Per ragioni ancora misteriose, queste vie
secondarie non trasmettono la sensazione del
vedere. Dati recenti indicano che l'accuratezza
con cui un paziente affetto da visione cieca
indovina l'aspetto degli oggetti o la loro
posizione nello spazio si perfeziona con la
pratica. Inoltre, sebbene un individuo colpito
da questo disturbo non veda nel suo campo cieco,
una nuova ricerca dimostra che alcune capacità
di D.B. di individuare gli oggetti sono migliori
rispetto a quelle di persone che non hanno
lesioni visive. Infine, la ricerca rivela che
alla visione cieca può accompagnarsi una certa
consapevolezza di stimoli visivi non percepiti.
By Susana Martinez-Conde -
Tratto da: lescienze.espresso.repubblica.it
vedi:
Uomo
Psico Elettronico
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Scelte, il
cervello - mente gioca d'anticipo
Il sistema nervoso
prende una decisione dieci secondi prima che
l'individuo ne sia cosciente: uno studio tedesco
mette in discussione il concetto di libero
arbitrio
Il cervello umano prende una decisione quasi
dieci secondi prima che l'individuo ne sia
cosciente: lo sostengono i ricercatori del
Max Planck Institute per le scienze
cognitive di Lipsia, in Germania, guidati dal
neuroscienziato John-Dylan Haynes. Mettendo così
in discussione il principio di “libero arbitrio”
nel corso del processo decisionale messo in atto
dal soggetto.
I ricercatori hanno chiesto a 14 volontari di
sottoporsi a imaging cerebrale durante lo
svolgimento di un compito: l'esperimento
consisteva nel prendere una decisione, nel caso
specifico nel premere uno tra due pulsanti, con
la mano destra o con quella sinistra, a scelta
del soggetto. Contemporaneamente, su uno schermo
veniva mostrato un flusso di lettere, alla
velocità di una ogni mezzo secondo, e i
volontari dovevano segnalare la lettera presente
sullo schermo al momento della loro decisione.
Analizzando i dati, i ricercatori hanno notato
che i primi segnali cerebrali, provenienti dalla
corteccia fronto-polare, erano visibili
addirittura 7 secondi prima della loro azione
sul pulsante. E poiché le tecniche di imaging
scontano un ritardo di circa 3 secondi, i
neuroscienziati ritengono che si possa parlare
di un lasso di tempo di circa 10 secondi tra la
decisione e la consapevolezza di averla presa.
“Noi crediamo di prendere decisioni in modo
consapevole”, commenta Haynes, “ma questi dati
mostrano che la coscienza di un'azione
rappresenta solo la punta di un iceberg”.
Il lavoro di Haynes
- che riprende, migliorandoli, alcuni
esperimenti condotti negli anni Ottanta dal
neurofisiologo americano Benjamin Libet - ha
suscitato anche qualche reazione negativa.
“Sapevamo già che le nostre decisioni possono
essere innescate inconsciamente - commenta Chris
Frith dello University College di Londra - e
questi risultati non necessariamente dimostrano
che il libero arbitrio è solo un'illusione”. (e.m.)
Tratto da: galileonet.it
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Il potere
della
mente: l'effetto
Placebo
Fonte : libro "Anatomia della speranza", scritto
da Jerome Groopman.
L'autore, medico oncologo membro della National
Academy of Science, insegna alla Harvard
Medical School e dirige il reparto di Medicina
sperimentale del Beth Israel Deaconess
Medical Center di Boston. Nel suo libro - che
consiglio a tutti di leggere per le tematiche
che affronta e per le esperienze dirette
di cui tratta - descrive molti dei pazienti con
cui ha avuto a che fare nel corso della
sua brillante carriera, compreso se stesso.
Sofferente per venti anni di ernia a un disco
lombare, risolve il suo problema al
Baptist Hospital di Boston, frequentato da molte
personalità tra le quali i Kennedy e i
maggiori atleti americani. Qui ha inizio il suo
viaggio verso la guarigione e verso un orizzonte
affascinante: la mente.
Quanto segue tratta di alcuni esperimenti di cui
è venuto a conoscenza affrontando questo
argomento. Sarebbe bello se contribuiste con il
vostro pensiero e la vostra esperienza.
Man mano che invecchiamo, cambiamenti
degenerativi si verificano nelle nostre
articolazioni a causa dell'usura legata alla
vita di ogni giorno, all'esercizio fisico e al
lavoro. Una delle articolazioni più spesso
colpite è il ginocchio, le cui alterazioni
degenerative sfociano nell'artrite. I sintomi
principali sono il dolore e la limitata mobilità
del ginocchio, che spesso rendono impossibili
attività come correre, saltare e, nei casi più
gravi, camminare. Quando la terapia
antinfiammatoria non riesce a mitigare il dolore
dell'artrite del ginocchio, è raccomandato
l'intervento chirurgico. L'operazione è
effettuata in artroscopia, una tecnica con la
quale il chirurgo può visualizzare le aree di
degenerazione della cartilagine, asportarle (un
procedimento detto 'sbrigliamento') e procedere
al 'lavaggio', cioè all'eliminazione, con
appositi fluidi, delle sostanze infiammatorie
accumulatesi nell'articolazione. Ogni anno, più
di 650mila artroscopie sono effettuate alle
ginocchia soltanto negli Stati Uniti, a un costo
di circa 5000 dollari per intervento.
Nel luglio del 2002, il «New England Journal of
Medicine» ha pubblicato uno studio pionieristico
che ha dimostrato l'effetto dei placebo sul
dolore nelle malattie muscolo-scheletriche.
Ricercatori del Baylor College of Medicine di
Houston hanno misurato rigorosamente la
riduzione del dolore e il miglioramento
funzionale sia dopo un'artroscopia per
osteoartrite del ginocchio sia dopo un
intervento placebo.
Centottanta pazienti sono stati assegnati in
modo casuale allo sbrigliamento, al lavaggio
artroscopico o a un intervento chirurgico
simulato. I pazienti del gruppo placebo venivano
portati in sala operatoria, la parte interessata
veniva trattata con disinfettante e circondata
di drappi sterili. Il chirurgo chiedeva tutti
gli strumenti utilizzati in un vero intervento e
manipolava il ginocchio come durante una vera
artroscopia.
In realtà venivano praticate piccole incisioni
nella cute intorno al ginocchio, senza
l'introduzione dell'artroscopio. Una soluzione
salina era poi utilizzata per simulare i rumori
del lavaggio. I pazienti del gruppo placebo
erano trattenuti nella sala operatoria per lo
stesso tempo dei pazienti sottoposti al vero
procedimento; passavano anch'essi la prima notte
dopo l'intervento in ospedale ed erano assistiti
da infermieri all'oscuro della simulazione.
Tutti e tre i gruppi del lavaggio,dello
sbrigliamento e del placebo ricevevano le stesse
cure postoperatorie,che comprendevano assistenza
nei movimenti, un programma di esercizi graduali
e una terapia analgesica. In seguito, furono
tenuti sotto controllo per due anni, con un
monitoraggio che includeva il livello di dolore,
i cambiamenti funzionali relativi alla velocità
a cui camminavano e la distanza che riuscivano a
percorrere, nonché altre attività che
coinvolgevano l'articolazione del ginocchio.
Come previsto, i pazienti sottoposti ad
artroscopia ebbero una diminuzione del dolore al
ginocchio e un miglioramento funzionale. Ma
anche il gruppo placebo ottenne un uguale
beneficio. La sera in cui l'articolo fu
pubblicato, guardai il telegiornale. Il
programma mostrò un attempato signore
afroamericano che per la prima volta da anni
giocava a pallacanestro col nipote: faceva parte
del gruppo placebo.
Come spiegare un simile risultato?
Probabilmente, la convinzione e l'attesa -
provate sia durante il trasporto in sala
operatoria, sia ascoltando il chirurgo che
chiedeva gli strumenti, sia udendo il rumore di
liquidi del presunto, salutare lavaggio del
ginocchio - avevano liberato le potenti
endorfine ed encefaline documentate da Benedetti
nei suoi esperimenti. Con la differenza che in
questo caso l'esperimento non era stato
effettuato in laboratorio con normali volontari,
ma in un trial clinico con soggetti affetti da
una patologia dolorosa e invalidante.
Il dolore era l'ostacolo che impediva a questi
malati di esercitarsi, rafforzando i loro
muscoli e i loro legamenti. Superato quell'ostacolo
grazie agli effetti della mente, la necessaria
riabilitazione aveva potuto procedere.
Senza la speranza, niente sarebbe cominciato.
La speranza rappresenta una possibilità di reale
miglioramento. Da la possibilità di superare
intralci che altri menti non riusciremmo a
lasciarci alle spalle, e di giungere là dove la
guarigione può avvenire.
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Genetica e
malattia mentale
Le esperienze della
vita possono modificare la parte di
patrimonio genetico (DNA)
che controlla l'attività del nostro cervello:
fino al punto di farci ammalare
Nel corso della
storia del genere umano, sciamani, preti e
medici hanno cercato di capire che cosa va
storto quando una persona cede alla tristezza,
alla pazzia o alla psicosi. Le diverse teorie
hanno di volta in volta dato la colpa delle
malattie mentali a uno squilibrio dei fluidi
corporei, ai moti dei pianeti, a conflitti
mentali inconsci, a esperienze negative. Oggi
molti ricercatori ritengono invece che i
disturbi psichiatrici nascano in larga misura
dalla costituzione genetica delle persone.
In effetti i geni sono le istruzioni per
costruire le proteine che controllano il
cervello. Ma non è possibile che sia solo una
questione genetica: non sempre i gemelli
identici, che hanno praticamente lo stesso DNA,
sviluppano gli stessi disturbi mentali. Per
esempio, se uno dei due diventa schizofrenico,
l'altro ha soltanto una probabilità del 50 per
cento di soffrire della stessa malattia. In
realtà, un gran numero di dati suggerisce che le
malattie psichiatriche sono causate da una
complessa interazione tra l'ambiente e alcuni
specifici geni. Solo di recente però gli
scienziati hanno iniziato a capire come
l'ambiente influenza il cervello fino a produrre
cambiamenti di ordine psicologico.
Grazie a una nuova concezione della malattia
mentale, i ricercatori stanno scoprendo che le
esperienze vissute nel corso della vita possono
letteralmente "cambiare la testa" di una
persona, aggiungendo una specie di patina
chimica al DNA che controlla le funzioni del
cervello. Questo processo però non altera la
sequenza di DNA usata dalle cellule per
sintetizzare le proteine, la cosiddetta
"sequenza codificante". Un'esperienza
traumatica, l'abuso di stupefacenti, la mancanza
d'affetto, possono agire in modo che certe
molecole si leghino al DNA di un individuo. Ma
senza andare a toccare ciò che costituisce
l'essenza di un gene, cioè la sua sequenza
codificante.
By Edmund S. Higgins
Tratto da: lescienze.espresso.repubblica.it - 27
luglio 2008 - Mente&Cervello, Agosto 2008, n. 44
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La
Coscienza è la realtà primaria
- Eugene Wigner, Nobel per la fisica
Coscienza, il cuore dell’essere
Cos'è la coscienza ? L’essere coscienti ? Cosa
costituisce il cuore pulsante di ogni essere
vivente ?
Cos'è realmente il Sé o self o identità, e
dov’è la sua sede nel corpo ? Cos'è la
soggettività che si esprime in ogni uomo e in
ogni animale ? Esiste un centro di coscienza
dentro di me e dentro di voi ?
Cosa significa realmente cogito ergo sum: ho
coscienza quindi esisto ? Qual è la natura
dell'osservatore che, in me, percepisce
l'esistenza come informazioni e significati ? Chi
sono "io" ?
Che cos'è ciò che chiamo "Io" ? Dov'è
? Qual è la "sostanza" del pensiero ?
Come possiamo quantificarla ?
Invitiamo chi sta leggendo a fermarsi e rispondere
a queste domande, cercando in sé stesso la prima
risposta !
Il problema della coscienza è il punto
fondamentale di ogni ricerca umana e filosofica !
Questa trattato vuole aprire una nuova
dimensione alla conoscenza scientifica che
comporti la comprensione della coscienza. Creando
una base globale per esploratori e ricercatori in
viaggio al centro dell’essere. La coscienza è
l’ultima terra incognita rimasta da scoprire sul
nostro pianeta e, probabilmente, è anche la terra
promessa che ci attende.
Il decennio della coscienza
Tutta la nuova scienza emergente si sta muovendo
per una nuova comprensione della coscienza.
Gli anni Novanta sono stati dichiarati dalla
comunità scientifica internazionale il
"Decennio del Cervello"; nel 1995 gli
editori del "The Journal of Consciousness
Studies" puntualizzavano che dovrebbe anche
essere il "Decennio della Mente".
E' mio
parere che probabilmente questo sarà ricordato
nella storia della scienza come il "Decennio
della Coscienza", l'inizio della fase di
riavvicinamento e di apertura verso la dimensione
"implicata" dell'esistenza. La "Science
of Consciousness" community, come la
definisce Melanie Mitchell su "New Scientist"
(8 Nov.1997) è ormai una realtà consistente e
ineludibile.
Il Nobel per la fisica Eugene Wigner, in un
simposio tenuto alcuni anni fa a New York, ha
dichiarato che la coscienza è la realtà
primaria. La scienza si è divisa troppo, ci sono
86 giornali solo nel campo della fisica pura... La
teoria dei quanti ha fatto miracoli, spiegando le
proprietà dei fenomeni microscopici.
Ma... è limitata. Non spiega la vita o la
coscienza. In futuro la fisica spiegherà non solo
i fenomeni osservati ma anche il processo
dell’osservare. Siamo proprio all’inizio della
comprensione della coscienza.
Un'affermazione di questa forza, espressa da un
Nobel per la fisica, evidenzia una rivoluzione in
atto.
La materia fisica studiata e la coscienza dello
scienziato che la studia hanno chiuso il cerchio e
si sono ricongiunte. Dopo aver negato per secoli
la possibilità che esista una coscienza, ora la
scienza riconsidera le sue posizioni, e inizia a
penetrare i misteri della psiche umana attraverso
lo studio del cervello; questa è la grande sfida
della ricerca contemporanea.
Negli ultimi anni si è assistito ad un
rapidissimo incremento di interesse della scienza
ufficiale per l'elusivo fenomeno della coscienza.
Il premio Nobel Francis Crick, scopritore del DNA
e conosciuto internazionalmente per il suo rigore
empirico, ha dichiarato che la coscienza è
legittimo campo di ricerca scientifica. Il Nobel
Edelmann sostiene di aver compreso alcuni dei
processi fondamentali del fenomeno consapevolezza
in termini neurofisiologici.
Negli ultimi anni si
sono moltiplicati i meetings scientifici sul tema
della coscienza; il primo grande congresso
tenutosi nel 1994 a Tucson, presso l’Health
Sciences Center dell’Università dell’Arizona,
sul tema "Verso una base scientifica della
coscienza" ha visto circa trecento scienziati
e studiosi di tutto il mondo confrontarsi con
ipotesi e dati, accomunati in gran parte dalla
convinzione che presto la scienza saprà
comprendere la coscienza e la materia fisica in
una visione più globale e unitaria; nello stesso
congresso del 1996 si sono radunati più di
ottocento scienziati e filosofi.
Nel Novembre del 1994 si è tenuto a Miami il
primo simposio sulla coscienza organizzato dalla
Society for Neurosciences, mentre in Inghilterra è
uscito il primo numero della rivista scientifica
"The Journal of Consciousness
Studies" a cui collaborano fisici,
neurofisiologi e filosofi.
È un fatto che scienza e coscienza siano
profondamente legate. Il metodo sperimentale
scientifico nasce dalla pura osservazione, per cui
l’osservatore, il soggetto conoscitore, ne
costituisce il momento centrale.
Le basi filosofiche del metodo sperimentale
nascono dal pensiero cartesiano basato sul Cogito
ergo sum, sono cosciente quindi esisto, ossia
"Io esisto in quanto sono una
coscienza". La coscienza è il testimone
interiore, il conoscitore delle informazioni che
giungono a noi dal mondo esterno e dal quel nostro
stesso mondo interiore che chiamiamo corpo; essa
è il punto essenziale: senza di essa non ci
sarebbe soggetto e, quindi, non esisteremmo.
Siamo la coscienza di noi stessi e del mondo. Ogni
attività mentale, ogni sensazione, ogni
sentimento, ogni intuizione e memoria non
potrebbero esistere senza un centro di coscienza,
senza un "Io" che ne percepisca il
significato, che ne comprenda il senso. Tuttavia,
la "scienza della coscienza", sebbene in
rapidissima crescita, è, all'interno
dell'edificio della scienza ufficiale, ancora una
parte irrilevante e fortemente ostacolata.
La scienza senza coscienza
La scienza costituisce il grande potere della
nostra epoca, nel bene e nel male,
nell'avanzamento tecnologico e nella distruzione
ambientale; essa ha sostituito in qualche modo la
religione assumendosi l'incarico di esprimere la
verità, e la verità scientifica è di fatto
l’unica universalmente riconosciuta su questo
pianeta diviso da mille ideologie, poteri, culture
e teologie. Il metodo sperimentale ha di certo
contribuito a creare le basi per una visione e una
cultura trasversale tra i popoli e le visioni del
mondo, ma si è fermato per colpa dei suoi limiti
interni e della sua mancanza di globalità di
fronte alla comprensione degli aspetti più
sottili e profondi del vivente, uomo, animale o
natura che sia.
E la coscienza è l'intimo cuore del vivente.
Una scienza senza coscienza è un enorme pericolo,
è un potere senza cuore, una forza senza
sensibilità. La scienza, che di fatto significa
conoscenza, ha indagato la realtà esteriore ma
non ha mai indagato la natura del conoscitore
stesso, la dimensione essenziale e interiore della
coscienza che anima lo scienziato come ogni altro
essere vivente. La scienza dimentica che tutte le
sue scoperte sulla realtà materiale del mondo
sono dovute alla coscienza e alla mente
intelligente degli scienziati e dei ricercatori
che hanno intuito, compreso e conosciuto
l'esistenza. Ma quali sono state le cause di
questa divisione mentale tra materia e coscienza ?
Proviamo ad esplorare le ragioni e i limiti di
questo atteggiamento riduzionista.
L'antica visione evolutiva e la sua decadenza
Materia deriva da mater, la madre. Da sempre le
religioni antiche hanno sostenuto che l'intera
creazione materiale ed ogni suo sviluppo è opera
divina. Le antiche forme di spiritualità non
erano in nessun modo ostili alla materia, non la
demonizzavano come priva di vita e di coscienza,
al contrario ne sostenevano l'assoluta sacralità
dando alla materia stessa, o meglio all'energia
fisica che ne costituisce la matrice, il ruolo di
Shakti, di Principio Femminile, di Grande Madre.
La dea Shakti veniva raffigurata e adorata in un
cosmico amplesso insieme al dio Shiva.
Lei la Materia-energia Creatrice, Lui la Coscienza
che pervade ogni vita. Forma e informazione.
Ma non fermiamoci ai nomi: Shakti, come lo Yin,
Gea, Gaia, Cerere o Demetra, la Terra, sono tutti
esempi di come la Materia fosse comunque venerata
in ogni civiltà. L’intera creazione era,
quindi, un atto erotico in cui era implicata la
divinità, nel suo duplice aspetto maschile e
femminile.
Shiva Nataraj danza e la sua coscienza si
manifesta in ogni movimento rotatorio, nelle
galassie come nelle particelle subatomiche,
riflettendosi nella bellezza delle forme che si
producono e nella logica perfetta dei ritmi e dei
cicli. Brahma non è un creatore separato, ma è
inscindibile dalla creazione stessa, la sua
coscienza è implicata in ogni forma vivente, di
cui diviene anima individuale o coscienza di Sé,
e come tale anima e si manifesta
nell’intelligenza e nella complessità crescente
delle forme.
Con il decadere dell'esperienza spirituale e con
l'avvento delle religioni ariane, portatrici di un
Dio unico e maschile, questa venerazione per la
materia vivente decadde progressivamente e ad essa
si sostituì il concetto di Dio come demiurgo: un
artefice esterno che crea l'intero
UniVerso fisico
da una dimensione separata da quella materiale.
Una prima possibile spiegazione della
polarizzazione materialista assunta dalla scienza
attuale, e della conseguente rimozione della
coscienza, va ricercata, quindi, in questo modello
dicotomico Dio-Materia, dove a un Dio trascendente
e di puro spirito si contrappone necessariamente
una visione scientifica che considera la realtà
puramente materiale. La materia viene così
svilita, negata della sua sacralità, considerata
merce di scambio.
Per molti popoli primitivi pensare che un uomo
possa comperare e possedere una parte della Terra
è un pensiero sacrilego.
La Terra è la sacra dimora che ci dà vita e
amore, essa è Divina e come tale deve restare di
tutti e deve essere rispettata oltre ogni bisogno.
L'unità iniziale è ormai irrimediabilmente
perduta, e, paradossalmente, sarà proprio la
stessa religione a decretare la separazione
dell'anima dal corpo del vivente.
Tratto
da "Enciclopedia olistica" www.globalvillage-it.com
http://www.geocities.com/capecanaveral/hangar/6929/cervello.html
http://www.neuroingegneria.com/art/La Meccanica
Quantistica e la Coscienza/178.php
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